Ballata della ruota dentata

Ma alla fine, tanto vale…

«But don’t damn me when I speak a piece of my mind, ‘cause silence isn’t golden when I’m holding it inside.»

La stella che piange tra gli occhi cerchiati, la felce che china la testa sotto le braccia divise. Quel mascara scivolato sulla bocca, quel sorriso gettato oltre la sabbia.

Un cormorano strabuzza gli occhi al petrolio che gli impastoia l’ala destra, come a dire: roba da matti. E in fondo pensa che le auto a metano siano una gran bella storia.

Il senso ti guida la mano, il grilletto sulla linea tratteggiata.

Heidegger in visita all’abbandono, il giradischi non riesce a respirare.

Le parole sono dietro il comodino, e stasera corrono più veloci di me.

«Salvami da quel che già so e che già penso, e dal colore che vesto.»

[Bachi Da Pietra – Fessura]

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Comincio a sentirmi stretto, qua. Soprattutto l’idea di dover utilizzare brani altrui per dare un certo colore non mi va più a genio. Mi servono altre vie espressive.

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Aria

«Dort am Klavier lauschte ich ihr, und wenn ihr Spiel begann hielt ich den Atem an.»

È scritto in vecchi saggi di di autori dimenticati, raccolte in biblioteche dai capelli bianchi consultabili nei bar del porto. Difficilmente visibili durante le ore diurne costringono il lettore neofita ad un pazienza propria delle querce più che degli uomini – o così si racconta, senza curarsi dell’atletica leggera, del bowling, del pattinaggio artistico e dei mille mestieri cui le querce si dedicano con arborea solerzia quando sanno di non essere osservate, quando lo sguardo si fa vacuo e distante. E questo, credetemi, accade più spesso di quanto si possa immaginare. Hanno certo un sorriso stanco, e un ordine segreto. È scritto, si dice, che sia da accostarsi con cortesia l’orecchio al cuore della madre in silenzio, in terre immacolate di lingue nere, terre in cui sia ancora il tempo estraneo alla logica e virtuoso di confortante pazienza.

E così è capitato a me. Ho ascoltato in ore cupe e raggianti cartoline dall’ultima Thule. Ho disegnato strade nelle loro parole, e visto figli cadere da sere piovose. Ho visto, e voglio raccontare, palazzi e torri diroccate, sbarrati alle porte, preclusi al tatto. Voglio raccontare le serrature forzate e gli atri in penombra. Il regno di polvere e crepe alla foce di fiumi innominati. Le piante rampicanti e i muschi ben stretti e fusi ai massi, egoisti in dimensioni chiuse e distanti. E ricordare parole di folta barba sotto un cielo strappato di galeoni e Dresda in fiamme, in precipizio verso una morte liquida di notte profonda. Stringere la mano al tempo degli addii e vederlo nuotare in oceani lontani dal risveglio.

Lettere floreali di sogno parassita e nemmeno un gatto che riposi sul petto.

«…und die Wellen weinen leise: in ihrem Blute steckt ein Speer, bluten leise in das Meer.»

[Rammstein – Reise, reise]

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A deafening distance

«Across the desert plains, where nothin’ dares to grow…»

Nevica sulla spiaggia, e orizzonte è una bella parola. Orizzonte sa di mora come di San Diego, stringe a sè fotografie in notturna ma ricorda le luci dell’alba tra i pini, le luci che ti danno un buffetto sulla guancia, quasi non fossi riconoscente per la strada che si snoda e la rugiada che ti riflette. Orizzonte svela il tempo che scorre, nella risacca che frantuma gli attimi e quasi trascina via i frammenti. Orizzonte indossa un buffo vestito da pagliaccio e porta ancora i segni sul collo di quella volta sotto le mura. Orizzonte carezza. Comodo giaciglio per anime stanche di esistenze risolte in carta rosa, appassite in ogni parola annoiata da se stessa – le ancore cave, i ponti cancellati.

E ancora ballarsi via le rughe dal Tennessee ai sedili posteriori, con la vita nella tasca destra e un’altra storia che non racconteremo mai, tenuta insieme col biadesivo scadente – si fa giorno. Cercando invano un po’ di calore tra braccia che rifuggono la luce del sole e parlano di comete dietro le nuvole. Chiedendoci quante volte ancora. Quante parole, quante facce, quanti chiodi. Quante volte, e un’altra ancora.

[God Is An Astronaut – Fragile]

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Fox on the run

«Sittin’ here with an empty bottle, down to my last cigarette: no missed calls on alcohol, I guess that’s all that I’ve got left.»

E così ci diamo ancora appuntamento fuori dai bar che chiudono, per guardarci sotto gli aghi e contarci le ferite. Come vecchi soldati un po’ sbiaditi e coi capelli bianchi, ma col cazzo che ci hanno fatti fuori. A illuderci ancora che ti porti in tasca una chiave, una brugola o uno stomaco per dare una sistemata ad un cosmo col mal di testa.

Gli occhi sepolti in un sacchetto di cartone,  le mani tese verso le endorfine che ancora carezzano il basso ventre. Che sia adesso, e per sempre. Come i fari posteriori che svaniscono nella nebbia d’inverno, così che tutto si fa un pochino più grigio – le notti vomitano crepe, i numeri si confondono.

Ricoveri indigeni su nidi di ragni, colonie di cimici – errori e squilibri. La pelle brucia e si corrode per il makeup di serie che ci arreda il viso. E quasi il pensiero di leccarsi le labbra. Giù, sempre più giù, dove il soffitto goccia e il caldo si fa soffocante.

Annegando nel silenzio dell’anima, dove le parole sono piombo e le ombre scure tradiscono la malinconia.

Dormi.

Sorridi.

«And Sally said, Sally said “I can’t take no more regret, It cut us deep into our souls, came and climbed into our bed”. And Sally said, Sally said “Meet me by the river’s edge. We’re goin’ to wash these sins away, or else we won’t come back again”.»

[The Gaslight Anthem – Meet me by the river’s edge]

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Jubilee

«And I always dreamed of classic cars and movies screens, tryin’ to find some way to be redeemed.»

Diario – Giorno di prigionia n. [???]

Non ricordo più. Le foto del mio nome scivolano tra le dita, non so più camminare. Aspetto. Aspetto e canto l’Alaska. Canto il candore delle nevi e la notte del sottosuolo, nel perenne contrasto che in tempi immemori si fece vita. Canto la memoria del viaggio, la brezza che carezzò capelli appena più che ipotetici. Lascio che un elettrocardiografo Geiger tracci il grafico dei secondi che mi scivolano addosso, mentre l’eco ovattato di un buzzer mi ricorda che fuori dalla nostra cella metallica qualcosa respira, si muove, cresce e svanisce senza lasciar traccia. Qualcosa a me impalpabile, distante anni luce dietro un plaid di lamiera e vernice. Come impalpabile è l’aria che si fa fuoco nella frazione di secondo in cui ti corro incontro. La frazione di secondo in cui la mia essenza si tinge dei sogni che divora, in cui tutto è per poi svanire tra la polvere e il rumore. Adesso non sono più, eppure siamo ovunque. Siamo il cielo che corona storie estinte. Siamo le lacrime vaporizzate sui volti cancellati. Siamo calore, siamo luce. Siamo il breve sospiro di un Sole che abbaglia e si fa chiamare mezzanotte.

«Navigue longuement par-delà la brume pour regagner les abords des Pays Lumineux, abandonnant les malheurs des vies passées, les sourires timides et douloureux

[Alcest – Sur l’autre rive je t’attendrai]

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Prisoners in Paradise

«Das Gesicht interessiert mich nicht.»

Che il mare abbia una voce non è certo un mistero, così come niente è misterioso o celato nei canti della tempesta – la perfetta geometria delle vocali, la sospensione degli specchi e la piegatura delle lenzuola sembrano, davvero, voler scarabocchiare una pagina immutabilmente bianca o, più semplicemente, tendersi. Sembrano, alla maniera degli incroci, saldare un punto di fuga. Nel pudore del cielo scevro da nuvole il sorriso dei remi spolverati traccia in lettere di luce destini da rinnegare; i venti soffiano, i capelli si sciolgono, i muri crollano. Nessuna sorpresa, quindi, nel vedere i volti trasognati di quanti si fermino ad ascoltarli – o si illudano di poterlo fare: è l’incanto del filo spinato divelto nella sabbia, l’ago della bussola ubriaco. È una notte trascorsa in tenda mentre l’ultima brace invecchia nel buio e il vapore complice si sdraia sulla tela cerata.

Poi, d’un tratto, il cristallo si scopre torbido nella contemplazione della quiete, nell’addormentarsi dell’infinito. Il ritratto diventa idillio, il divenire si inceppa – nessuna storia, nessuno spazio: un osservatore poco attento parlerebbe di morte. Eppure è in questo silenzio assordante che i tramonti cercano rifugio. Il marmo prende vita, dalle fontane storie si innalzano e si perdono in valigie accantonate in soffitta, accanto ai sacchi a pelo e agli elastici esausti. Qualche goccia di pioggia arranca nella prosa, legandosi in un ultimo tango all’anima dannata, prima di trovarsi già trascorsa in un sospiro di gomma e motori passo-passo.

Dio invidia la polvere.

«The highways jammed with broken heroes on a last chance power drive, everybody’s on the run tonight but there’s no place left to hide. Together, Wendy, we’ll live with the sadness, I’ll love you with all the madness in my soul. Someday, girl, I don’t know when, we’re gonna get to that place where we really want to go and we’ll walk in the sun… But till then, tramps like us, baby we were born to run!»

[Bruce Springsteen – Born to run]

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